Sharing Economy: il business della condivisione - Hydrogen Code
giugno 7, 2016

L’economia cambia, si evolve seguendo le nuove tecnologie e le nuove mode. Chi non si adatta rischia di essere tagliato fuori. Chi riesce a stare al passo, poi, non è detto che se la passerà meglio di chi ha sostituito.


Prendiamo la Sharing Economy, un nuovo approccio al mercato che da qualche anno raccoglie parecchi consensi fra gli utenti al contempo facendo inferocire chi ancora si affida all’economia classica. Esempi tipici di Sharing Economy sono Uber e Airbnb, nemici giurati dei tassisti e degli albergatori ma amati alla follia da un pubblico sempre più vasto e apparentemente incapace di tornare indietro. Sono riusciti ad abbattere il muro fra chi offre un servizio e chi ci si affida. Perché dover spendere cifre elevate in un albergo quando grazie ad Airbnb possiamo affittare una stanza, o una casa intera, a una frazione del prezzo? Perché doversi affidare al solito servizio taxi quando con due “polliciate” sullo smartphone possiamo prenotare un’auto privata, pagando comodamente tramite la carta di credito? Ci offrono un servizio per certi versi migliore a un prezzo più economico, la tentazione è forte, dato che è tutto legale. Una volta provati questi servizi, poi, il desiderio di passare dall’altra parte della barricata è forte: quando siamo in vacanza, oltre ad approfittare di Airbnb per alloggiare, potremmo anche racimolare qualcosina affittando il nostro appartamento durante l’assenza, beandoci pure del fatto che al nostro ritorno una ditta di pulizie l’avrà pulito e riordinato. 

Sembra un mondo perfetto eppure i tassisti e gli albergatori sono inferociti con Uber e Airbnb, mentre i ristoratori sono sempre più nervosi per i servizi di social eating come Gnammo. È solo allergia al libero mercato oppure hanno qualche ragione dalla loro? La risposta non è banale e può cambiare a seconda del paese dove ci si trova. Se nei liberali Stati Uniti non si sono notate grosse proteste, il Vecchio Continente sembra digerire a fatica lo sbarco di queste realtà che macinano fatturati miliardari. In parte perché, come tutte le multinazionali, riescono in piena legalità a fatturare tutto in sedi come l’Irlanda, lasciando solo briciole nelle tasche del fisco locale. In parte perché vanno a scardinare un sistema di corporazioni che non vedono di buon occhio la concorrenza. Se già i tassisti sono restii ad aumentare il numero di licenze nelle varie città non ci si deve stupire se arriva qualcuno a fargli una concorrenza spietata. Lo stesso dicasi degli albergatori, che devono sottostare a severe leggi in tema di sicurezza, igiene e via dicendo e si vedono clienti migrare verso case private, magari prive di un’impianto di riscaldamento a norma. 

Gli utenti hanno un punto di vista ben diverso. A loro non interessa dove vengono pagate le tasse né tutta la burocrazia che sta dietro a un’attività: valutano – giustamente – solo il servizio. E spesso considerano migliore quello “amatoriale” offerto da queste nuove aziende rispetto alle formule usate dai loro padri e nonni. 

Ridurre l’argomento a una diatriba fra le due fazioni significherebbe banalizzare la questione che, invece, merita un’attenzione particolare. Il Vecchio Continente, con il suo approccio più votato al Welfare che al liberismo economico, si trova a un bivio. Frenare l’innovazione sarebbe un’impresa impossibile e poco lungimirante ma è innegabile che questo nuovo approccio cozzi duramente col nostro sistema. Affittare la propria casa o prestare il proprio tempo libero come autisti di Uber sono ottimi modi per rimpinguare lo stipendio ma non consentono di sostituirlo. Affidarsi troppo alla Sharing Economy porterebbe a incrementare il già elevato precariato che caratterizza alcuni paesi europei, mentre ignorandola si frenerebbero investimenti e innovazione. Il difficile equilibrio fra le parti andrebbe gestito dalla politica che non ha ancora preso, o voluto prendere, posizione sul tema. A dirla tutta, l’impressione è che sia le realtà nazionali sia il Parlamento Europeo non sappiano che pesci prendere a riguardo. Sono forse troppo impegnati a trovare il modo di tassare Google per gli snippet?